La moda delle canotte NBA

by Elephant

Nel 2015 la stella della NBA Lebron James firma un contratto monstre con la Nike. Non si tratta del solito accordo tra un brand sportivo ed un atleta, uno di quelli tipo "usa sempre le mie scarpe e io di pago qualche milione". Quello che il trentunenne cestista si vede offrire è una specie di patto col diavolo: Lebron avrebbe legato la sua immagine per tutta la sua vita alla Nike in cambio dell'incredibile cifra di un miliardo di dollari. In realtà dopo qualche mese saltò fuori che l'accordo prevedeva un "matrimonio" fino ai 64 anni (limite oltre al qual anche un tipo come Lebron smette di essere cool) ma la sostanza non cambia.

Ora, la cifra è appunto monstre, però in linea con la potenza economica della NBA. Circa 20 anni prima sarebbe stata pura fantascienza, perché la NBA ad inizio anni '80 era un circo itinerante senza capo né coda: ingaggi spesso inferiori a quelli europei, cocaina che correva a fiumi (si calcola che giocatori che ne facevano uso quotidiano erano tra il 40 e il 70% del totale), palazzetti vuoti, zero marketing, scarso interesse dei grossi network televisivi. Poi nel 1984, con la Lega che fatturava 185 milioni di dollari, arrivò un avvocato di New York, tale David Stern, che impose test anti droga a sorpresa e pensò bene di sfruttare l'immagine dei giocatori, portandoli allo stesso livello mediatico delle squadre e rendendoli partecipi dei guadagni. Per farla breve quando, alla fine del suo regno ventennale, Stern decide di andare in pensione la NBA fattura quasi 6 miliardi di dollari (più del PIL delle Fiji, per capirsi).

La canotta-mania inizia proprio con l'arrivo di Stern che dalla sua ha la fortuna di trovare una NBA già ricca di giocatori fortissimi e carismatici, fra le più richieste ci sono quelle dei Lakers numero 32 dell'afroamericano Magic Johnson e la 33 dei Celtics del suo rivale per antonomasia, il bianco Larry Bird. La loro rivalità a dire il vero era sostanzialmente una grande amicizia che si trascinava fin dai tempi del basket universitario, il legame fra i due è così forte che Magic Johnson vuole Bird nel momento più difficile della sua vita, cioè quando la star dei Lakers organizza una conferenza stampa per comunicare al mondo che, primo atleta di quel livello mediatico, ha contratto il virus dell'HIV (all'epoca ancora male oscuro, il cui contagio equivaleva ad una condanna a morte).

Ma fra tutte le canotte e le t-shirt quelle verdi dei Celtics con il numero 33 di Bird vanno oltre alla passione del basket, diventano un'icona, l'orgoglio dei bianchi, non inteso però come suprematismo bianco. Anzi, non bisogna dimenticare che i Celtics sono la squadra degli Irlandesi americani, discendenti da quelli che scapparono dalla fame e dall'oppressione dell'impero britannico. 

Nel film "Do the right things", il primo successo del regista afroamericano Spike Lee, che parla delle tensioni razziali fra le varie comunità di Brooklyn, un pacifico John Savage, che interpretava uno dei quei nuovi abitanti del quartiere di New York che poi saranno chiamati "hipster", viene preso a male parole da un gruppetto di brooklyners di colore, che lo accusano di invadere il loro territorio e soprattutto di indossare la maglietta di Larry Bird.

Un paio di anni dopo, gli House of Pain, un trio di rapper bianchi di origini irlandesi (a parte uno, che era di origini Lettoni) conosce un successo planetario con "Jump Around", un pezzo adrenalitico prodotto da DJ Muggs dei Cypress Hill (gruppo di hip pop multi etnico con base a Los Angeles). Il video è un manifesto dell'Irish Pride, con tanto di cornamuse, parata della festa di San Patrizio e balli tradizionali. Uno dei tre rapper indossa una canotta da basket, provate ad indovinare di quale giocatore? Esatto, è la canotta n. 33 di Larry Bird.


Le canotte NBA, portate sempre molto larghe, sembrano rivivere un'eterna primavera, anche se probabilmente quelle di Bird e di Magic Johnson, assieme a quella di sua maestà Michael Jordan e una manciata di star di quegli anni, restano le più richieste nel mondo "vintage". Di recente le più amate sono diventate la n. 24 e la n. 8 dello sfortunato Kobe, un ragazzo dal cuore italiano la cui scomparsa ha emozionato tutto il mondo.

Will you still need me, will you still feed me when I'm sixty-four

The Beatles

Ma è anche vero che alcune canotte sono così belle che non importa se il nome portato sulle spalle è quello di qualche atleta sconosciuto, anzi, forse è ancora più bello differenziarsi dal mainstream.